Cellula D432, 24544 d.C
Cari Sensitivi,
fa tanto strano scrivervi da quassù.
Ancora non mi sono abituato, troppo buio intorno, e non capisco come cacchio abbiamo fatto a portare internet a così tanti chilometri di distanza.
Distanza verticale. Inutile, non mi abituerò mai alla tecnologia.
L'hostess passa con un caffè, qualcosa di caldo, fumante e rossiccio. Spero di non averne bisogno.
Qualcuno canta una canzone francese dietro di me, una voce di donna. Non esiste più, la Francia, ma la musica rimarrà immortale.
Sennò perché tutti si sarebbero portati dietro gli strumenti, invece che i maglioni o le videofoto del matrimonio?
Tutto sta andando come previsto, ma fa un po' strano che la cosa che finora ci sia riuscita meglio a noi terrestri sia stata la nostra evacuazione.
E' buio fuori dal vetro della Sala Orizzonte, il buio dell'universo; altre cellule volano veloci, sfrecciano nel vuoto, senza alcun rumore, solo un leggero ronzio, impercettibile, rassicurante.
Dentro, facce come la mia. Bambini, vecchi, umanoidi, gente di tutti i colori, qualcuno la Terra non saprà nemmeno cos'era, qualcuno la Nuova Terra non riuscirà neanche a vederla, troppo duro il viaggio intergalattico.
Qualcuno sulla sua Terra c'è voluto rimanere, a morire nel fuoco, inghiottito dal caldo opprimente di quel Sole che per anni ha fatto la nostra fortuna e che adesso decide la nostra fine.
Lo sapevamo, l'abbiamo sempre saputo che la Terra non era immortale, ma è comunque strano andarsene così, dover lasciare tutto per ricominciare non in un altro Paese, ma su un altro Pianeta.
La D432 fa rotta su Marte. La Luna è già piena, Saturno lontano e Giove un work in progress.
Tanto, che differenza fa? Laggiù tutto è finzione: i prati sono sintetici, gli alberi sono di plastikum, gli animali muoiono continuamente e solo Dio sa perché.
Purtroppo non c'è alternativa, dobbiamo emigrare.
Accanto a me Nino si è svegliato. Si stiracchia piano, sbadiglia e mi sorride.
"Nonno, che ore sono?".
La ragazza francese risponde per me in un italiano perfetto. Nino la guarda, sorride, poi poggia il suo piccolo naso sul vetro e guarda fuori, laggiù, quell'enorme palla rossa che sta bruciando da mesi ormai.
Le prime settimane di viaggio si poteva sentire ancora il calore attraverso i vetri ed il crepitio del fuoco, incessante. E magari qualcuno più suscettibile avrà anche sentito le urla di disperazione di quelli che la Terra non l'hanno voluta abbandonare, o di quelli che non hanno potuto pagarsi il viaggio per andarsene.
Osservo Nino rapito da quell'inferno di fuoco, e penso che lui la Terra non l'ha mai conosciuta. Quando è nato, 9 anni fa, noi eravamo già in viaggio. E' nato qui, nella cellula D432. Le informazioni non gli mancano, ma non è lo stesso. Correre in un prato virtuale non è come calpestare la vera erba, annusare dei profumi sintetici non è la stessa cosa che starnutire per il polline primaverile.
Nino si stacca dal vetro e mi si siede in grembo. Sposta bruscamente il virtualpad di lato, quasi come fosse un intralcio.
"Parlami ancora del tuo Paese, nonno".
Sorrido. Il mio Paese.
"Raccontami ancora di quando eravate i primi nel mondo, di quando il Mondo l'avete creato e scoperto voi. Poi parlami di quello sport che facevate, quello con la palla. I miei amici mi prendono in giro, perché i genitori gli hanno detto che noi eravamo un popolo di imbecilli...".
"Nino, queste parole...".
"... ma mi dicono proprio così, nonno. Mi dicono...", e qui Nino prende una grande quantità d'aria e mi spara tutto d'un fiato, " "voisieteunpopolochepensavatesempreaquellacosalà,lapallaoilpallone,vipotevanofarequellochevolevanotantovoinellatestaavevatesoloquellochec'èdentroilpallone,ecioèaria" ".
Mi guarda soddisfatto della performance tecnica.
"Così mi dicono".
" E tu digli che non eravamo tutti così...".
"Ma io glielo dico, nonno! Però loro mi dicono che a quel tempo lì, quando vivevi tu... a proposito, ma come hai fatto a vivere così tanto?".
Sorrido.
"Sono sempre andato a letto presto".
Nino non è convinto ma prosegue.
"Dicevo, a quel tempo lì quando vivevi tu c'era tanta gente cattiva che voleva fare male al nostro Paese, e nessuno gli diceva niente! C'era la gente che rubava, c'era la gente che imbrogliava, e nessuno diceva niente, tutti zitti".
Sospiro. Come faccio a spiegare a mio nipote che il mio Paese era un Paese strano, capace di grandi cose ma anche di grandi debolezze, un Paese dove è più facile criticare che essere criticati, un Paese dove i migliori se ne andavano ed i peggiori ne approfittavano, un Paese...
Suona la campana del pranzo, per fortuna.
Nino si precipita verso la Sala A, non ce la faccio a fermarlo.
Tanto mica può scappare, no?
Mi alzo e do un ultimo sguardo fuori.
La Terra brucia, niente di nuovo, il Sole se la sta inghiottendo poco a poco.
Una cellula sfreccia nel buio, silenziosa, un bambino da dentro mi guarda e mi fa la linguaccia, poi scompare nel buio verso Marte.
C'è una cosa che non ho detto a Nino, e che nessuno dei nati in cellula sa.
Gli stessi psicologi hanno consigliato vivamente di non dire nulla fino a quando non arriveremo a destinazione.
Il punto è questo: il mare. Il fottuto mare.
Non ce l'hanno fatta a riprodurre il mare, sui pianeti.
Non ce l'hanno fatta a riprodurre il mare, sui pianeti.
Ramingo84
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