Cari Sensitivi,
ho difficoltà a parlare di cose che non so, quindi spesso parlo poco ed ascolto tanto. Al massimo sparlo, o critico, spesso a ragion veduta e ancor di più quando un pregiudizio sottile mi insinua che è bene far così.
Parafrasando Mina, il personaggio interpretato da Giuseppe Battiston in "Sesso, bugie e calcetto": in campo come nella vita, io potrei affermare nella vita come nel teatro, cioè mai parlare di quello che non ci appartiene.
Oltre ad essere una grande verità impartitami da un mio altrettanto grande maestro è uno scudo imprescindibile contro le figure di cacca ed a favore della nostra voglia di determinazione. Come a dire: dimmi cosa dici, così saprò se sai e chi sei.
Questo lungo preambolo per parlare finalmente anche qui di "Acciaio", il libro-fenomeno di Silvia Avallone uscito... quando? L'anno scorso, due anni fa? Non ricordo.
Per chi non lo sapesse io sono nato a Piombino, ridente cittadina (che c'avrà da ridere...) in provincia di Livorno.
Ricordo le immense polemiche che seguirono all'uscita del libro, a causa di un romanzo che parla di Piombino anzi no, scritto da una ragazza di Piombino anzi no.
Ne hanno fatto il film girato a Piombino, questo si, che ha debuttato a Venezia, tutto vero.
Come ho detto nel preambolo, non parlo di cose che non so.
Io il libro non l'ho letto, non vi aspettate una recensione.
Non credo neanche che lo leggerò, per cosa poi? Indipendentemente dall'ambientazione la storia non mi appassiona, e se dovessi leggerlo solo per verificare la veridicità delle affermazioni riportate (la città morta, i drogati, certi bar covo di ladri ed assassini...) sprecherei il mio tempo.
Quello è un romanzo, non un trattato di sociologia, e da quel che so della trama è un romanzo neanche troppo originale. La Avallone ha sfruttato l'ambientazione un po' demodé di Piombino, la fabbrica, il disagio che certo c'è, per dare un colore anzi un non-colore al suo romanzo, come fanno spesso i registi americani che usano l'Italia come set e la fanno apparire come una cartolina colorata degli anni '80.
Purtroppo di cose più serie di cui parlare su Piombino ce ne sarebbero, e pace all'anima dell'Avallone un romanzo non merita tutta l'attenzione che ha avuto il suo, sopratutto se ci si concentra più sulle critiche che sull'intrinseco valore culturale. C'è qualcun altro che invece le cose su Piombino le sa, e le dice, e come vi dicevo nel cappello che copre questo, spazio a costor.
Lucia Navone: una Piombino da rifondare
Per chi volesse invece sapere da una fonte "locale" che figura abbia fatto il film a Venezia, vi rimando alle parole del critico cinematografico Fabio Canessa, che qualche volta, è bene dirlo, ci azzecca pure.
Visti da Fabio
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Ramingo84
ho difficoltà a parlare di cose che non so, quindi spesso parlo poco ed ascolto tanto. Al massimo sparlo, o critico, spesso a ragion veduta e ancor di più quando un pregiudizio sottile mi insinua che è bene far così.
Parafrasando Mina, il personaggio interpretato da Giuseppe Battiston in "Sesso, bugie e calcetto": in campo come nella vita, io potrei affermare nella vita come nel teatro, cioè mai parlare di quello che non ci appartiene.
Oltre ad essere una grande verità impartitami da un mio altrettanto grande maestro è uno scudo imprescindibile contro le figure di cacca ed a favore della nostra voglia di determinazione. Come a dire: dimmi cosa dici, così saprò se sai e chi sei.
Questo lungo preambolo per parlare finalmente anche qui di "Acciaio", il libro-fenomeno di Silvia Avallone uscito... quando? L'anno scorso, due anni fa? Non ricordo.
Per chi non lo sapesse io sono nato a Piombino, ridente cittadina (che c'avrà da ridere...) in provincia di Livorno.
Ricordo le immense polemiche che seguirono all'uscita del libro, a causa di un romanzo che parla di Piombino anzi no, scritto da una ragazza di Piombino anzi no.
Ne hanno fatto il film girato a Piombino, questo si, che ha debuttato a Venezia, tutto vero.
Come ho detto nel preambolo, non parlo di cose che non so.
Io il libro non l'ho letto, non vi aspettate una recensione.
Non credo neanche che lo leggerò, per cosa poi? Indipendentemente dall'ambientazione la storia non mi appassiona, e se dovessi leggerlo solo per verificare la veridicità delle affermazioni riportate (la città morta, i drogati, certi bar covo di ladri ed assassini...) sprecherei il mio tempo.
Quello è un romanzo, non un trattato di sociologia, e da quel che so della trama è un romanzo neanche troppo originale. La Avallone ha sfruttato l'ambientazione un po' demodé di Piombino, la fabbrica, il disagio che certo c'è, per dare un colore anzi un non-colore al suo romanzo, come fanno spesso i registi americani che usano l'Italia come set e la fanno apparire come una cartolina colorata degli anni '80.
Purtroppo di cose più serie di cui parlare su Piombino ce ne sarebbero, e pace all'anima dell'Avallone un romanzo non merita tutta l'attenzione che ha avuto il suo, sopratutto se ci si concentra più sulle critiche che sull'intrinseco valore culturale. C'è qualcun altro che invece le cose su Piombino le sa, e le dice, e come vi dicevo nel cappello che copre questo, spazio a costor.
Lucia Navone: una Piombino da rifondare
Per chi volesse invece sapere da una fonte "locale" che figura abbia fatto il film a Venezia, vi rimando alle parole del critico cinematografico Fabio Canessa, che qualche volta, è bene dirlo, ci azzecca pure.
Visti da Fabio
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Ramingo84
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